• Sabrina Verzeletti

Quando mamma e papà fanno i compiti con me..


Durante i nostri "sportelli scuola", spazi in cui i genitori possono conoscerci e sfogarsi liberamente, ci vengono presentate le storie di bambini con difficoltà a scuola che vengono aiutati quasi per il 100% dei compiti.

E fin qui niente di strano: se un bambino ha difficoltà, ancor più una diagnosi di disturbo dell'apprendimento (DSA) o fa troppa fatica a concentrarsi, la mamma e il papà si fanno naturalmente in quattro perché il piccolo memorizzi quei due o tre concetti che gli saranno fondamentali a scuola, controllando di tanto in tanto la pulizia e l'ordine del quaderno, anche per evitare quel richiamo di troppo da parte della maestra.

In questo articolo voglio raccontarvi alcune riflessioni maturate durante la mia esperienza come clinico che si occupa di difficoltà di apprendimento a scuola. Ve le propongo in punti per alleggerire la lettura, ma sappiate che per ognuno di essi c'è sempre molto da chiarire e approfondire.

1. E' importante fare i compiti da soli

"Bella scoperta!", dirai "ma se un bambino ha difficoltà, bisogna aiutarlo".

E abbiamo ragione tutti e due. Partiamo dal presupposto che un bambino senza problemi specifici è in grado (e motivato) a completare da solo i propri compiti, senza per altro incappare in difficoltà particolari. Certo, questo non è sempre un comportamento automatico ma, se tutto va secondo i piani, si costruisce pian piano fin dalle prime classi della primaria, promuovendo un atteggiamento autonomo e un senso di responsabilità nei confronti dei propri doveri scolastici.

Un bambino con specifiche difficoltà necessita spesso di una supervisione, di un'assistenza nelle procedure e di un feedback sulla correttezza; è giusto dunque che vi sia un'attenzione in più per queste situazioni, nelle quali l'apporto di un adulto può davvero fare la differenza soprattutto negli anni più delicati della scuola primaria.

Tuttavia, la promozione dell'autonomia e del senso di responsabilità, di cui sopra, è fondamentale per tutti i bambini perché va a porre le basi dell'atteggiamento che egli terrà nei gradi scolastici successivi, assai più astratti e complicati.

Infatti, bisogna tenere conto del fatto che un bambino con difficoltà di apprendimento è spesso stato accudito nella fase dei compiti al punto che potrebbe essersi innescato in lui il pensiero automatico "sanno che ho una difficoltà quindi mi aiutano, quindi questo è e sarà il mio modo di fare i compiti", anche nei casi in cui potrebbe realmente provare a farne a meno. E' chiaro che questo discorso varia molto in relazione al grado di difficoltà esperita dal piccolo e che non possiamo fare un discorso generalizzato, valido per tutti.

2. I compiti sono una fonte di nervosismo

La maggior parte degli sportelli che facciamo accolgono genitori che arrivano a chiedere aiuto perché, oltre alle segnalazioni degli insegnanti e alla certificazione ottenuta, si trovano quotidianamente a dover affrontare situazioni di estremo disagio durante i compiti pomeridiani.

Ci sono famiglie che arrivano a vivere questo momento come un vero e proprio dramma perché da un lato ci sono loro, gli studenti che giustamente a casa non hanno alcuna voglia di sbattere il naso nelle proprie difficoltà e preferirebbero fare tutt'altro, dall'altra parte mamma e papà che si esasperano nell'assistere sempre al solito errore corretto e ri-corretto almeno dieci volte. Ed è chiaro che dopo una giornata di lavoro, la cena sui fornelli e il fratellino che piange, quella A-SENZA-H finisce per diventare il movente per una bella urlata. E i nostri studenti in difficoltà ci rimangono male e si sentono ancora più demotivati. Questo è il motivo per cui siamo diventate fervide sostenitrici del fatto che l'aiuto esterno possa fare la differenza e migliorare di molto la qualità del tempo passato in famiglia, con ripercussioni molto positive sulla sfera emotiva degli studenti che quindi, alla fine, lavorano anche meglio.

Anche quando i genitori pensano di potersela cavare benissimo da soli, l'inserimento di un tutor a sostegno delle difficoltà specifiche di apprendimento può cambiare le carte in tavola perché un occhio esterno (ed esperto) individua più facilmente quali sono le principali carenze (su cui si può lavorare in maniera mirata), promuove la ricerca attiva del metodo di studio e una gestione autonoma degli impegni scolastici; il tutto senza dover coinvolgere le delicate dinamiche famigliari e lasciando a tutti il tempo di godersi solo le cose belle.

"Dunque non devo più aiutare mio figlio?". Le cose non stanno proprio così: penso sia importante per tutti i genitori sentirsi un valido aiuto nella costruzione degli apprendimenti e del bagaglio culturale del figlio; tuttavia, per non minare agli equilibri della famiglia consiglio di "ripassare" in maniera molto naturale senza andare a creare delle vere e proprie situazioni di apprendimento formale (ad esempio: farsi aiutare nei calcoli degli ingredienti di una ricetta, memorizzare e ripassare la lista delle cose da comprare al supermercato, farsi raccontare qualcosa facendo attenzione e correggendo la struttura del racconto, chiedere "cosa c'è scritto.." su quel cartello, ecc.).

3. Non è proprio vero che "un tavolo vale l'altro"

Un altra domanda che ci viene spesso posta è se il nostro intervento di potenziamento o come tutor possa essere effettuato al domicilio. Cominciamo col dire che la risposta è affermativa: aiutiamo i bambini anche a casa loro.

C'è però un "ma" e ci teniamo sempre a sottolinearlo: non è la stessa cosa e non è vero che un tavolo vale l'altro; per alcuni bambini vi sarà una differenza sostanziale nei risultati di un percorso attivato e costruito tra le mura domestiche e uno programmato nello studio del tutor.

Si tratta in particolare di tutti quei bambini che vivono un ansia particolare nell'approcciarsi ai compiti o che stanno vivendo un rapporto conflittuale con i genitori proprio a causa di queste situazioni. Lo studente può finire infatti per associare (in maniera automatica) un'attività così difficile e negativa alle mura domestiche, a quel tavolo dove mi costringono sempre a stare seduto finché non ho finito. Ancor peggio tale associazione può coinvolgere anche il parente immolato ad aiutarlo a fare i compiti.

Il lavoro fuori casa riduce quest'ansia poiché circoscrive lo studio a un momento ben preciso della giornata o della settimana, non coinvolge l'ambiente domestico e viene effettuato in uno spazio protetto dove lo studente può lasciarsi andare alle proprie difficoltà in un clima che non è mai giudicante. Inoltre, in studio è di certo superiore la possibilità di disporre dei materiali utili ad affrontare una difficoltà inaspettata.

In sintesi, l'aiuto di un adulto deve sempre avere come obiettivo quello di promuovere l'autonomia, successo di cui lo studente per primo sarà molto soddisfatto e che contribuirà ad aumentare il suo senso di auto efficacia e la sua motivazione. Tale risultato può essere promosso dai genitori, coadiuvati da un aiuto esterno specializzato che si faccia carico delle difficoltà cognitive ed emotive salvaguardando la tranquillità dell'ambiente domestico.

dott.ssa Sabrina Verzeletti

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